Spaccanapoli
Formazione nata nel 1999 da una costola del collettivo ‘E Zezi di Pomigliano d’Arco, debutta con il CD Lost Souls – Aneme perze pubblicato da Real World, etichetta leader nel panorama internazionale della world music. Il gruppo presenta un repertorio eterogeneo: se da un lato, con brani come Pummarola Black, Sant’Anastasia, A’ Ferriera, recupera le proprie radici nell’esperienza del folk revival degli anni Settanta, nell’ambito del quale nacquero gli stessi ‘E Zezi, propone anche molti brani originali, scritti prevalentemente da Antonio Fraioli, che si rifanno alla tradizione musicale napoletana nei moduli compositivi ma apportano contenuti nuovi, legati a temi attuali e di respiro universale, quali l’ecologia (O’ Mare), oppure riscoprendo tematiche più arcaiche insite nella cultura napoletana (Aneme Perze, O’ Munachino, Santa Notte). Utilizzando strumenti tradizionali come la tammorra, suonata dal cantante Marcello Colasurdo, il lavoro di cesello del gruppo verte soprattutto sui ritmi, riarrangiati, e sui modelli tipici della canzone popolare, dalle fronne, ai codici, alla scala napoletana (il modo lidio, con la quarta nota aumentata), utilizzata per ricreare un clima armonico in linea con la tradizione orale. Con la pubblicazione di questo album in un ambito internazionale come quello offerto dall’etichetta Real World, che circuita inoltre alcuni dei propri gruppi nell’ambito dei Festival WOMAD, itineranti in tutto il mondo, la peculiarità di Spaccanapoli risiede soprattutto nell’aver segnato una strada diversa rispetto alla passata esperienza nell’ambito di ‘E Zezi, nell’aver impostato il proprio progetto nel segno di una mediazione ben ponderata, soprattutto per quanto riguarda le nuove composizioni: la musica tradizionale campana, le cui radici si situano e si esaltano nel momento rituale, rischia infatti di perdere molti elementi al di fuori del proprio contesto originario. Invece, per dirla con le parole di Giovanni Vacca, autore dei testi di alcuni brani, “la sfida di Spaccanapoli, soprattutto per quanto riguarda le nuove composizioni, è infatti proprio quella di tenere consapevolmente assieme una serie di linguaggi tradizionali, che normalmente trovano la loro autentica funzionalità nel rito popolare, all’interno della forma-canzone della cultura di massa”. Nel presente momento storico la globalizzazione offre dunque la possibilità di inserire nel mercato mondiale, senza essere svilite nei contenuti, le culture tradizionali; ed è soprattutto in questo senso che deve essere letto l’intento di Spaccanapoli; e se il CD offre il risultato di questo progetto in misura mediata, come è nella sua natura di “oggetto” (anche se ha la peculiarità di veicolare, e quindi rendere la musica fruibile anche da persone che vivono in altri contesti), la grande opportunità risiede nell’evento dal vivo quando, grazie al cambiamento dei codici di comunicazione tra scena e platea, è più agevole ricreare il clima rituale tipico della festa tradizionale, l’aggregazione e la partecipazione del pubblico, e la danza tradizionale e l’improvvisazione alla tammorra trovano il loro giusto spazio, al fianco dei musicisti.I brani che seguono sono tratti dal lungo saggio “Le anime perse di Spaccanapoli” di Giovanni Vacca, in uscita a novembre 2000 sul numero 63 della rivista “Musica/Realtà”, diretta da Luigi Pestalozza. Nato come riflessione teorica sul progetto Spaccanapoli, e analisi dei contenuti nel disco, il saggio è stato in seguito esteso e rielaborato per diventare in qualche modo un manifesto del gruppo, una sorta di dichiarazione di intenti. “La liberazione delle diversità è un atto con cui esse “prendono la parola”, si presentano, dunque si “mettono in forma” in modo da potersi far riconoscere”. Così Gianni Vattimo nel 1989 fin troppo ottimisticamente annunciava gli esiti culturali della cosiddetta “globalizzazione”, l’unificazione planetaria dei mercati che avrebbe inevitabilmente prodotto l’emancipazione delle culture “altre”, finalmente svincolate dal progetto egemonico e totalizzante della modernità e libere di fluttuare nel nuovo spazio globale prossimo venturo, di mettersi in relazione, di confondersi e arricchirsi vicendevolmente. Le culture “altre” sono quelle delle minoranze sessuali e religiose, quelle locali e subalterne. Per la prima volta, sembrerebbe, esse hanno l’opportunità di manifestarsi, di esibire con disinvoltura la propria diversità. Può darsi che ciò sia vero per alcune culture che nel corso dello stesso sviluppo storico della società moderna hanno trovato la possibilità per costituirsi, seppur inizialmente con timidezza, come “comunità” (marginalità metropolitane, omosessuali, religioni alternative eccetera). Sembra molto meno plausibile che questa opportunità sia data alle cosiddette “culture popolari”, quegli ambiti relazionali antitetici alla modernità, precedenti ad essa, devastati dal suo avvento, e che resistono (dove resistono) in forme più o meno disgregate come contraddizione, come corpo estraneo che non si è riusciti a espellere. La “messa in forma” di tali culture non può che passare per un loro “svuotamento”, per una “normalizzazione” che le depuri degli aspetti più inconciliabili con la nuova ideologia del mercato mondiale. Questo svuotamento consiste proprio nella “ri-costruzione” della loro immagine, nei termini di una “presentabilità” del prodotto che ne occulti il carattere contraddittorio e ne valorizzi l’appeal consumistico. La città di Napoli è, in questo senso, un esempio paradigmatico di questo processo: per decenni palla al piede della affrettata modernizzazione del belpaese, aperta alla novità ma sempre come assimilazione, come fagocitazione del nuovo all’interno dei suoi codici culturali, Napoli e il suo entroterra si sono sempre mostrati refrattari ad una reale “trasformazione”, ad un’adesione totale a valori che non volessero (o potessero) mediare con la “natura” profonda della città. La scoperta problematica della cultura popolare si collocò, negli anni Settanta, all’interno di una reazione contro la mistificazione che di questa cultura faceva l’ideologia dominante dell’epoca: non potendo eliminare dall’immagine della zona la tarantella, ad esempio, la si snaturava privandola delle sue componenti violente e devozionali e presentandola ai turisti come ingenua danza di corteggiamento. L’impegno della componente più lucida e consapevole del movimento del folk-revival sembrò allora, anche per il suo grande successo di pubblico, aver definitivamente svelato l’inganno, riposizionando correttamente la cultura popolare, e la sua musica e le sue danze, nel dibattito sui valori e disvalori dello sviluppo industriale. Ma il “secolo breve” ha anche memoria breve, e nell’attuale rinnovato interesse per le culture tradizionali il rischio della mistificazione è di nuovo in agguato. Esso si annida proprio nella ormai diffusa sensibilità che esse altro non siano che degli “utilizzabili”, delle risorse a disposizione di chiunque voglia costruirsi un’identità ellittica e oscillante, fatta di citazioni, di mescolanza indistinta di frammenti provenienti dagli ambiti più eterogenei. Spaccanapoli, nel suo farsi progetto artistico, nasce proprio come presa di coscienza che il possibile riutilizzo di strutture culturali della tradizione popolare (per chi vive in un mondo come quello contemporaneo in cui la realtà, per dirla con Baudrillard, è il simulacro di se stessa) non può prescindere da una rinnovata problematizzazione del senso e della natura della stessa cultura popolare: una mediazione necessaria affinché non accada, come sta accadendo, che un’adesione esclusivamente “emozionale” alla tradizione impedisca di coglierne il carattere di “alterità”, sia in positivo che in negativo, nel suo rapporto con la vita dei nostri giorni. (…) “Lost Souls”, pur presentandosi come un disco di musica “popolare”, viene registrato in uno dei più sofisticati studi di registrazione italiani e contiene brani della durata media delle ordinarie canzoni di musica leggera. La sfida di Spaccanapoli, soprattutto per quanto riguarda le nuove composizioni, è infatti proprio quella di tenere consapevolmente assieme una serie di linguaggi tradizionali, che normalmente trovano la loro autentica funzionalità nel rito popolare, all’interno della forma-canzone della cultura di massa. Un simile compito se lo era dato anche il folk revival nella sua fase più matura, ma allora si trattava di “stilizzare” delle forme popolari per farle conoscere al grande pubblico: se una tammurriata poteva, nella festa popolare, durare anche un’ora, bisognava costruirne una che fosse in grado di restituirne il carattere di “alterità” culturale quanto più possibile, ma nello stesso tempo capace di plasmarsi sui tempi dello spettacolo dell’industria culturale (sia in concerto che su disco) e di mediare con il gusto del pubblico urbano, E’ stata questa l’operazione magistralmente effettuata da Roberto De Simone e dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare. (…) La fase corrente della cosiddetta world music si caratterizza invece per quella che viene chiamata “contaminazione”, e cioè la citazione ellittica di voci e suoni del mondo e la loro possibile ricombinazione, in ossequio a quella che è una delle più profonde tendenze della cultura di massa dell’attuale momento storico. L’operazione Spaccanapoli si inserisce in questo contesto, ma rifuggendo da quella fruizione acritica della cultura e della musica popolare che si traduce sovente in una accettazione supina degli stereotipi della contaminazione musicale: consapevolezza (nel senso più ampio del termine) dei linguaggi e del loro senso culturale, dunque, e non evocazione estetizzante e superficiale di mondi arcaici; utilizzazione libera e creativa di modi e strutture della musica etnica, ma rigoroso controllo nel loro gioco dialettico con le forme comunicative della cultura di massa e con l’alta tecnologia degli studi di registrazione. (…) E’ interessante osservare che anche un piccolo prodotto come un CD, nel suo intrecciare tecnologia e corpo, “civilizzazione” e alterità culturale, è metafora stessa della globalizzazione, e prova di come essa possa essere ricchezza quando non è abbandonata all’arbitrio e all’irrazionalità. Ed è anche importante riflettere su come poi sia il concerto, a suo modo “rituale”, che permette agli esecutori di ricomporre la dissociazione che si attiva in sala d’incisione dove, come è noto, quasi sempre gli strumenti sono registrati separatamente e poi sovraincisi. Non è certamente una novità quest’ultima, essendo prassi comune da decenni per tutti i professionisti della musica, ma è interessante pensarla in rapporto ad artisti, come Colasurdo ad esempio, che hanno sempre avuto, e hanno tuttora con la musica un rapporto di tipo completamente diverso, legato alla festa popolare, in cui corpo e voce sono tutt’altro che dissociabili, agiti come sono dalla “potenza” della liminalità rituale. Ancora una volta, dunque, Spaccanapoli vuole porsi sotto il segno della consapevolezza, consapevolezza che non agisce soltanto a livello musicale. Di qui l’uso di note esplicative per i testi sul libretto del CD, con funzione “straniante”, perché alla fruizione estetica si accompagni la riflessione critica, o la natura di saggi come questo, che tentano la “decostruzione” di un album perché si possa, volendo, penetrare nel processo costruttivo di un prodotto e reagire all’occultamento che dei processi di lavorazione fa invece la società moderna, sotto la pressione sempre più convulsa e inquietante del feticismo della merce. Frontman del gruppo, come per venti anni lo è stato nei Zezi, è MARCELLO COLASURDO cantante e attore di formazione popolare. Accanto a lui MONICA PINTO, voce femminile. Al violino ANTONIO FRAIOLI, per molti anni direttore musicale del gruppo Operaio ‘E Zezi, e compositore delle nuove canzoni, i cui testi sono di Giovanni Vacca, studioso di tradizioni popolari (autore del libro Il Vesuvio nel motore). Alla chitarra e al bouzuki EMILIO DE MATTEO, alla chitarra acustica e al basso OSCAR MONTALBANO.
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