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Presentazione del volume Standalì Presentazione del volume Standalì |
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Venerdì 23 gennaio – ore 19.00 Libreria Anima Mundi via Dei Rutoli, 15 – San Lorenzo – Roma Ingresso gratuito presentazione del volume Stendalì Canti e immagini della morte nella Grecìa salentina Venerdì 23 gennaio alle ore 19.00 la libreria Anima Mundi a Roma ospita la presentazione del volume Stendalì – canti e immagini della morte nella grecìa salentina. A seguire ci sarà la proiezione del documentario Stendalì allegato al volume. Saranno presenti Luigi e Giovanni Chiriatti (direzione editoriale), e Cecilia Mangini regista del documentario Stendalì. «Ecco un bel sasso, lucente e duro, gettato nell’opaca palude del documentario italiano». Il suo titolo è Stendalì. Regista Cecilia Mangini, che, contro tutti i conformismi e contro la patina di uno sciocco e anonimo folklore, è riuscita a comporre quella che Piero Pinctus non esita a definire una «piccola opera di poesia realistica».
Nel segno di Pasolini – che ne ha scritto il testo – e in seguito alla pubblicazione di Morte e pianto rituale di E. de Martino, che viene considerato un passaggio fondamentale per la comprensione dei riti del Sud, Stendalì, nel dialetto della Grecìa salentina “suonano ancora”, offre la straordinaria occasione di penetrare in quel fenomeno magico che nasce dalla richiesta di protezione contro il negativo della vita quotidiana. Girato a Martano, in provincia di Lecce, nel 1960, il documentario ritrae il lamento funebre contadino che favorisce la partenza dell’anima del morto nell’aldilà, costituendo momento aggregante e principio di integrità in una società arcaica che trova il senso della propria esistenza e la voglia di lasciare propria memoria anche in situazioni tragiche come la morte. Ma ogni opera d’arte risulta essere strettamente legata al proprio tempo e rivela, nel suo manifestarsi, le caratteristiche e le coordinate ideologiche del contesto in cui ha trovato genesi. Riflettere sul documentario Stendalì, sul suo significato in rapporto al genere cinematografico, sulla sua giusta collocazione in un panorama culturale più ampio, significa ricostruire, seppure in breve, un quadro generale delle condizioni intellettuali all’epoca della fine della Seconda Guerra Mondiale, e dalla ricostruzione in poi. Perciò l’operazione editoriale qui proposta non si limita a rendere fruibile questo straordinario documento, offrendo gli strumenti necessari alla sua interpretazione, come un’analisi specifica del contenuto e un’ampia intervista alla regista, ma si occupa anche della definizione del contesto in cui affonda le sue radici, alla luce degli studi etnografici di Ernesto de Martino, dell’opera dei registi demartiniani e della tensione meridionalista che ha animato tra gli anni ‘50 e ‘60 la parte più avanzata del cinema e dell’intellighenzia in Italia. Il volume si avvale inoltre del contributo di Goffredo Fofi che, nell’introduzione, svolge un’attenta e accurata analisi dello stato del documentario in Italia e del suo rapporto con i media contemporanei. Il documentario Unico nel suo genere, il documento filmico ritrae un lamento funebre contadino nella zona di Martano, nel cuore dell’isola linguistica della Grecìa salentina, cogliendo i momenti fondamentali della veglia funebre e rendendo su pellicola l’istituto del pianto rituale che affonda le sue radici in origini antichissime, e che è sopravissuto nel Salento sino ai primi anni ’60 del secolo trascorso. Il lamento funebre, moroloja, rivela numerosi atteggiamenti di spettacolarità e risulta essere contemporaneamente insieme di canto, recitazione e adattamento di versi accompagnati da particolari movimenti delle esecutrici del lamento, le préfiche o rèpute, come dimostra l’utilizzo di fazzoletti bianchi che, in questa danza ritmica, accentua il dolore per il distacco dal defunto. Questo nuovo modo di piangere controllato, rappresentato dal lamento formalizzato, aveva la funzione di obiettivare la tragedia della morte e di ridischiudere gli orizzonti formali della crisi al mondo delle memorie benefiche, degli affetti e dell’operare sociale affinché avesse nuovamente la possibilità di continuare il proprio cammino nella vita reinserito nel mondo della cultura. L’opera che è stata premiata al “Festival dei Popoli” di Firenze e selezionata, sempre nello stesso periodo, per il “Festival di Berlino”, è ulteriormente arricchita dal commento scritto di Pasolini che, evidenziando la struttura a piramide dei canti di morte, si situa nel solco della tradizione comunicando l’intensità di un dolore concreto. Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 562
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