Il Tamburello
Il tamburello è uno strumento musicale a percussione appartenente alla famiglia dei tamburi a cornice che, originariamente, era legato a culti lunari e veniva impiegato in rituali e celebrazioni religiose del mondo antico. In alcuni musei si possono ammirare statuine raffiguranti sacerdotesse fenice con il tamburo a cornice in mano o nell'atto di suonarlo. L'uso dello strumento, infatti, è testimoniato fin dal secondo millennio a.c. in Mesopotamia e in Egitto.
Attualmente è diffuso in tutte le nazioni che affacciano sul Mediterraneo e la sua costruzione inizia dalla concia, con sale e allume, della pelle che per lo più è di capretto ma anche di coniglio e persino di gatto.Ancora bagnata, la pelle viene tesa su una cornice ricavata da una stretta striscia di legno modellata a cerchio e fissata intorno ad essa con colla e chiodi, a volte con l’aggiunta di un controcerchio di legno. Lungo la cornice, sono aperti degli alloggiamenti rettangolari in cui vengono inserite coppie di piattini metallici, battuti e temperati.Come strumento della tradizione contadina, il tamburello è diffuso in tutta l'Italia centro-meridionale e in Sicilia.
Nel Centro-Sud, a seconda delle regioni e delle zone (Marche, Lazio, Abruzzo, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia) il tamburello è usato per accompagnare i balli tradizionali (saltarelli, tarantelle, pizziche, ecc.), insieme ad altri strumenti: zampogna, ciaramella, flauto, doppio flauto, organetto, chitarra, chitarra battente, mandolino, fidula, castagnette, triangolo, ecc.
Nella Bassa Puglia (Salento), fino a pochi anni fa, il tamburello faceva anche parte di un particolare organico strumentale comprendente il violino, l'organetto e la chitarra, che effettuava la terapia coreutico-musicale del tarantismo (sindrome del morso della tarantola). Il gruppo eseguiva un repertorio di pizziche tarantate nelle quali il tamburello aveva un ruolo ritmico essenziale. Pur essendo uno strumento di notevoli dimensioni (40-50 cm), il cui uso richiedeva una notevole resistenza fisica, il tamburello salentino veniva prevalentemente suonato dalle donne.
Rispetto al tamburello tradizionale, quello moderno ha delle varianti che riguardano, in modo particolare, l’utilizzo di una pelle “sintetica”(e non animale) con l’applicazione di “tiranti” a vite che permettono l’accordatura della pelle. Mantenere la pelle tesa, infatti, è un problema dei suonatori di tamburi a cornice, basta un po’ di umidità che la pelle cede (s’ammoscia) perdendo timbrica, armonici e rimbalzo. Un espediente usato dai suonatori per tendere la pelle tesa è quello di scaldarle con il Phono, il “caldobagno” oppure utilizzando fari e lampadine come fonte di calore.
In merito alla scelta delle pelli usate per la costruzione degli strumenti a percussione, alcune particolarità vengono illustrate, durante una breve tournèe del gruppo Aurunka in Sardegna, da Don Dore, un prete che ha allestito un museo di strumenti popolari a Tadasuni in provincia di Nuoro. Egli ci mostra dei “tamburini” antichi costruiti secondo la pratica del tempo e cioè con pelle di cane “morto di fame”. Benché questo tipo di pelle avesse un timbrica e degli armonici particolari, tale crudele usanza (soprattutto per il povero cane destinato a morire di fame) è stata abbandonata da tempo. Altrettanto particolari, sono dei tamburi a frizione (la pelle viene fatta vibrare scorrendo una fune con la mano) che, capaci di emettere determinati e fastidiosi suoni/rumori, erano usati dai briganti sardi per far imbizzarrire i cavalli riuscendo così a disarcionare i carabinieri che li montavano.
Fonte : "Mò vene Natale" di Pierluigi Moschitti / Sistema Bibliotecario "Sud Pontino", collana "Memorie del territorio".
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