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'LA SCORDANZA'
DI BEPPE LOPEZ
Editore:
MARSILIO
Pubblicazione: 09/2008
Numero di pagine: 378
articolo a cura di Antonio Basile
Niudd’ se le ricorda, mo, le ultime tre volte che invece si
è mettuto a piangere, qualche mese apprima di venirsene qua.
La prima fu a
Carpino. Sì a Carpino, sopr’al Gargano.
Quante volte che l’avevano sentuta
insieme, lui e Saverin’, la Tarantella di Carpino, la canzone più bella, la
melodì più accorata, la musica più addolorata, la voce più struggente, il ritmo
più soave di cui rècchia umana abbia mai goduto. No, non quella della Nuova
Compagnia di Canto Popolare o quella di Musicanova. No. Quella è robba di
recupero. Ma proprio la Tarantella registrata dal vivo, il trenta dicembre del
1966, da Roberto Leydi e Diego Carpitella a Carpino (Foggia, Puglia): canto e
chitarra battente di Andrea Sacco, più le due chitarre francesi di Michelantonio
Maccarone e Gaetano Basanisi, e le castagnole di Rocco Di Mauro. Quel dì Andrea
e i compagni suoi avevano semplicemente cantato e sonato, come cantavano e
sonavano a ogni serenata, a ogni sponsalìzio, a ogni festa paisana. Solo che
quel trenta dicembre del 1966 ci stava un registratore. E solo per questo fatto
avvenette il miracolo. Quella che era stata per secoli una canzone poveredda, di
poveriddi e per poveriddi diventò un monumento, una delle sette meraviglie del
mondo che da sola giustificherebbe l’esistenza dell’Unesco, l’aria più
celestiale, la ballata più ammagagnata, la poesì più misteriosa, le strofe più
arabescate, il ritornello più strascicato, l’intonazione più affatturata che
fantasì umana potesse immaginare e alla quale polmone, cannarile, lengua e bocca
umana potessero dare fiato.
Il trentatré giri che la conteneva (I Dischi
dell’Albatros, Vedette Record, Italia vol. 1, I balli, gli strumenti, i canti
religiosi, antologia a cura di Roberto Leydi) era quello più strutto di tutta la
collezione sua, che pure ne vantava di capolavori. Da quando Saverin’ teneva
appena tre mesi, sino all’ultima volta che stette con lui, apprima di scìrsene a
Bologna – che ne teneva oramà ventitré di anni – se la sono sentuta cento,
mille, diecimila volte la Tarantella cantilenata da Andrea.
E che gli va a
capitare, quando se ne stava già a solo a solo come una mummia dentro a quella
grande casa di campagna? Gli va a capitare che un compagno, Alberto, l’ultimo
che si ostinava a tentare di tirarlo fuori da quella depressione, gli domandò se
volesse accompagnarlo a Rodi Garganico ...
Beppe Lopez nato a Bari nel 1947 ha cominciato a scrivere sui
giornali, da giovanissimo, nel 1963. E’ iscritto all’Ordine dei giornalisti dal
1968. E’ giornalista professionista dal 1976. E’ stato per vent’anni giornalista
parlamentare. Si occupa in particolare di politica interna, di informazione e
comunicazione, di progettazione e gestione editoriale, e di giornali
locali.
Ha pubblicato inchieste, note e commenti sulle più importanti testate
italiane, fra le quali (in ordine cronologico): l’Avanti! e Mondo Operaio
diretti da Gaetano Arfè, Il Giorno diretto da Italo Pietra, Tempo illustrato e
Affari economici diretti da Nicola Cattedra, Il Ponte diretto da Enzo Enriques
Agnoletti, Il Mondo diretto da Antonio Ghirelli, Abc, il Corriere dello Sport,
SettimanaTv (1974-75), la Repubblica, il Manifesto, l'Unità, Numero Zero,
Galassia, Prima Comunicazione, Il Mattino, La Gazzetta del Mezzogiorno, La
Sicilia, Liberazione, Left, ecc.
Negli prima metà degli anni Settanta, è capo
ufficio stampa del Consiglio regionale pugliese per l’intera legislatura
costituente (1970-75). Dirige Cronache delle Regione Puglia e dal 1973 al 1982,
con Beniamino Finocchiaro, Politica e Mezzogiorno (La Nuova Italia Editrice).
Cura la collana “Socialismo e cultura" della Dedalo.
Nella seconda metà degli
anni Settanta, si trasferisce a Roma. Partecipa come cronista di politica
interna alla fondazione di la Repubblica diretta da Eugenio Scalfari (1975-79).
Fonda e dirige il Quotidiano di Lecce, Brindisi e Taranto (1979-1981),
realizzando una formula di successo che avvierà la modernizzazione dei giornali
locali.
Negli anni Ottanta, è inviato ed editorialista del quotidiano Il
Globo, diretto da Michele Tito (1982). Si dedica ad attività di consulenza e
progettazione editoriale, con particolare attenzione al mercato regionale
dell’informazione (tra il 1984 e il 1985 partecipa, fra l’altro, come direttore
editoriale alla nascita di due nuovi quotidiani in Calabria e Campania).
Dal
1989 al 1997 dirige la Quotidiani Associati, la più importante agenzia italiana
di servizi giornalistici (Il Mattino, La Gazzetta del Mezzogiorno, La Sicilia,
l’Unione sarda, Il Secolo XIX, Il Gazzettino, ecc.).
E’ fondatore e direttore
del primo quotidiano lucano La Nuova Basilicata (1998-99). Fra il 2002 e il 2005
cura, per Liberazione, un osservatorio quotidiano di critica
dell’informazione.
La 'scordanza' di Niudd e il 'senza radici e senza
memoria di se' di un pugliese di Bari emigrato a Roma.
Niudd’ appartiene a
una generazione di italiani, nati fra gli anni Quaranta e Cinquanta, che ha
attraversato una esperienza storicamente inedita e irripetibile.
Una
generazione che ha compiuto un primo passaggio epocale, attraverso il
Sessantotto, da un Paese arcaico, innocente e autoritario, a un Paese moderno,
in fase di smaniosa «liberazione individuale e collettiva». E poi un secondo,
definitivo passaggio, negli anni Ottanta, da un Paese che aveva perso
l’innocenza a una società in profonda crisi morale, sociale e politica. Senza
radici e senza memoria di sé. Ubriaca di scordanza
Per inseguire i suoi
miti e le sue ambizioni, Niudd’ emigra da Bari a Roma per fare il giornalista
politico, partecipando a quel clima in cui la liberazione veniva vissuta in
prima persona. Tanto per cominciare, nei rapporti professionali e nei rapporti
d’amore e di sesso. In quel clima, dopo un paio d’anni dalla nascita di sua
figlia Saverin’, Niudd’ sfascia, come da copione, il suo matrimonio con
Iagatedd’, la ragazza che per amore lo aveva seguito nella capitale.
Nel
2000 torna nella sua città, nel Sud, nella casa in cui era cresciuto, in attesa
di rivedere la figlia. È la seconda parte, "Ritorno": la delusione, la
sconfitta, il dolore.
È un romanzo, pieno. Anche amaro. Scritto con una
lingua anch'essa piena, di echi dialettali, di espressioni di gergo. Di passato.
Una lingua che sa di antico.
Ufficio Stampa
Associazione Culturale
Carpino Folk Festival
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